30 anni fa……………Fulvio Costa

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IL CASO / FULVIO COSTA MORÌ NEL 1982 PER UN’ INFEZIONE
Indagine sulla morte di un atleta
IL CASO / Fulvio Costa morì nel 1982 per un’ infezione Indagine sulla morte di un atleta FERRARA – Si chiamava Fulvio Costa. Aveva 23 anni e un titolo di campione italiano dei 1500 metri indoor appena conquistato. Il 30 maggio 1982, dopo quattro mesi di agonia, si spense in un letto dell’ ospedale di Vicenza stroncato da una glomerulonefrite, una forma di infezione del sangue che aveva finito per avere ragione delle difese di entrambi i reni. La sua morte, ufficialmente archiviata per «infezione dovuta al morso di un cane» (circostanza per altro riportata nella cartella clinica), è ora oggetto di uno «stralcio» disposto dal pm di Ferrara Pierguido Soprani, in cui si ipotizza nei confronti di ignoti il reato di «omicidio colposo» e che verrà trasmesso per competenza alla Procura di Vicenza. In una perizia depositata il 5 giugno scorso, i consulenti medici della Procura hanno infatti ipotizzato che causa scatenante del decesso possa essere stato il ricorso di Costa, a fini agonistici, alla pratica dell’ autoemotrasfusione. Circostanza che, secondo la stessa perizia e le testimonianze raccolte dai carabinieri del Nas, sarebbe avvalorata da almeno tre elementi. Primo: quanto il ragazzo ebbe a dire in ospedale pochi giorni prima della sua morte («Che hanno fatto al mio sangue?»). Secondo: il valore di ematocrito (percentuale di globuli rossi nel sangue) in caduta libera. Da 50 al momento del ricovero in ospedale a 16 poco prima del decesso, secondo una curva discendente che, in tempi recenti, è stata riscontrata nei valori ematici di atleti che avevano assunto eritropoietina (Epo). Terzo: il pagamento di un premio assicurativo di 50 milioni alla famiglia di Costa da parte della «Sportas», l’ assicurazione che il Coni stipula con ogni atleta. Ma che normalmente riconosce il premio in caso di decesso o infermità legate ad attività agonistica e non, come in questo caso, almeno ufficialmente, al morso di un cane. C. B.
(29 ottobre 2000) – Corriere della Sera
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Fulvio Costa era nato a Cogollo del Cengio il 9 novembre del 1959. Alto 1,77 per 64 kg, è stato uno dei più precoci ed eccezionali talenti che il mezzofondo italiano abbia mai avuto. Ha iniziato a farsi conoscere a livello nazionale sin dalla categoria allievi, nella quale nel 1976 ha ottenuto un primato italiano nei 3.000 m. (8’24”6 a Vicenza il 1° luglio) e la vittoria ai campionati italiani nei 3.000 m. (25 settembre a Brescia), chiudendo poi la stagione con un personale sui 1.500 m. di 3’48”5 (9 ottobre a Bolzano). Per capire il valore di quest’ultima prestazione, ottenuta a 17 anni, basti pensare che Vittorio Fontanella – altro grande campione vicentino, pluriprimatista italiano e 5° classificato alle Olimpiadi di Mosca nel 1980 sui 1.500 m. – ha corso in un tempo simile (3’47”6 Formia 11 maggio 1972) quando aveva già raggiunto i 19 anni. Fulvio Costa ha indossato la maglia azzurra per 6 volte nelle rappresentative giovanili e per 5 volte nella categoria assoluta. Ha vinto tre titoli italiani assoluti (1.500 m. all’aperto nel 1978, a 19 anni, 1.500 m. indoor nel 1982 e 3.000 m. indoor nel 1980), un titolo italiano allievi (3.000 m. nel 1976) ed uno juniores (3.000 m. nel 1978). La sua prestazione migliore, in assoluto, è rappresentata dal 3’37”8 sui 1.500 m. ottenuto a Bruxelles il 4 settembre del 1979 quando non aveva ancora 20 anni. All’epoca questo tempo era il terzo di sempre nella lista italiana, dopo il 3’36”3 di Arese ed il 3’37”7 di Zarcone. Fuvio era uno spirito libero. A Milano, dove viveva quando gareggiava per la Pro Patria, lo chiamavano “Crazy Horse”, Cavallo Pazzo. Il 9 febbraio 1982, poco più di tre mesi prima della sua scomparsa, ha vinto i Campionati Italiani indoor nei 1.500 m., dopo una volata mozzafiato in competizione con l’amico Gianni Truschi. Fulvio mancò lo stesso giorno in cui i suoi compagni di squadra, le Fiamme Oro di Padova, conquistavano a Parigi la Coppa dei Campioni riservata ai Club europei. Per il suo ultimo viaggio, dall’Ospedale Civile di Vicenza fino al camposanto di Cogollo, è stato vestito con la tuta della nazionale italiana. Era un caldo pomeriggio di fine maggio e ad accompagnarlo c’era mezza nazionale di atletica e c’era anche la sua giovane fidanzata: una ragazza bionda e carina che piangeva disperata. Per chi era presente, fu una scena straziante.
La causa della sua morte è tuttora un dolente punto interrogativo nella storia dell’atletica italiana. La versione dei fatti che è circolata ai tempi del suo decesso, anche tra coloro che gli stavano vicino, attribuiva il tutto ad una nefrosi mai diagnosticata e che lo affliggeva da tempo. Sarebbe stata questa malattia ai reni, latente, associata ad un’iniezione antitetanica fatta dopo essere stato morso dal suo cane, ad aggredire il suo straordinario organismo in modo letale.
E’ una tesi che non convince del tutto. Tre mesi prima del decesso Fulvio aveva vinto i 1.500 m. ai Campionati Italiani indoor con il tempo di 3’44”85. Appare francamente difficile pensare che una persona con i reni malati da tempo – così all’epoca si espressero i medici – potesse fare risultati del genere.
Ad aumentare i sospetti, accadde che la Federazione Italiana di Atletica Leggera facesse avere alla famiglia un risarcimento, come se Fulvio fosse morto per cause “di servizio”: in gara, o dopo un allenamento o a causa di una trasferta.
Sembra, infine, che, poco dopo il suo decesso, uno dei medici del gruppo che in quegli anni seguiva – in modo non ufficiale, ma con professionalità di notevole rilievo – una serie di mezzofondisti, non se la sentì più di continuare l’esperienza e abbandonò il team. All’epoca si sentivano voci in merito al fatto che il gruppo di medici in questione praticasse l’autoemotrasfusione.
Erano anni in cui l’atletica leggera in Italia “tirava”, e ai vertici prevaleva l’esigenza di “fare risultati ad ogni costo” sul rispetto dell’etica ed della lealtà sportiva. Stava prendendo piede una filosofia per la quale ogni mezzo, lecito o non lecito, andava bene; l’importante era far primeggiare in campo internazionale i nostri atleti.
Tutti gli appassionati ricordano l’episodio con cui si tentò di “allungare” in modo artificioso i salti di Giovanni Evangelisti ai Mondiali di Roma del 1987. Fu proprio questo caso a “scoperchiare” la pentola delle modalità illecite con cui buona parte del gruppo dirigente della FIDAL, in quel periodo, aveva perseguito la politica dei risultati “con qualsiasi mezzo”.
Qualche anno dopo la scomparsa di Fulvio Costa, ad un convegno sulla pratica del doping organizzato dall’ATAL (Associazione Tecnici di Atletica Leggera) proprio nel Vicentino, a Marostica, l’allora Responsabile Tecnico della nazionale di atletica, dopo aver ascoltato i vari interventi dei relatori presenti che denunciavano la pericolosità e la diffusione della pratica del doping, anche nell’Atletica Leggera, pur non ammettendo un ruolo della Federazione di Atletica nelle pratiche illecite, dichiarò, tra lo sconcerto e lo stupore generale, che talvolta lui ed altri responsabili non dormivano la notte ma che con la sua gestione si erano raggiunti grandi risultati ed all’estero i nostri atleti erano invidiati e rispettati. Concluse facendo capire chiaramente ai presenti che iniziative come quella di Marostica erano soltanto delle perdite di tempo.
Negli anni ottanta questa, purtroppo, era la concezione distorta dello Sport che, dai vertici della Federazione di Atletica, era dilagata a molti livelli. Per queste persone lo Sport era un veicolo attraverso il quale una nazione si imponeva, acquisiva potere, prestigio, e si affermava sulle altre, con ogni mezzo. Una sorta di “guerra” non dichiarata che, come tutte le guerre, poteva avere anche le sue vittime. Tra queste, potrebbe esservi stato anche Fulvio Costa, un ragazzo semplice, timido e modesto che amava correre libero tra le sue montagne.

Riccardo Amadori